25 novembre: Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne

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Oggi, 25 Novembre è la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.

Il termine femminicidio, nella sua accezione contemporanea, è un neologismo che identifica i casi di omicidio doloso o preterintenzionale in cui una donna viene uccisa da un uomo per motivi basati sul genere. Esso costituisce dunque un sottoinsieme della totalità dei casi di omicidio aventi un individuo di sesso femminile come vittima. Un aspetto spesso comune a tale tipologia di crimini è la sua maturazione in ambito familiare o all’interno di relazioni sentimentali poco stabili. Un termine femminicidio che indica crimini fisici e morali come forma di esercizio di potere e di annientamento della donna in quanto donna, che si manifestano in modo particolare quando essa esercita liberamente una sua volontà, ponendo l’accento su qualsiasi forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuare la subordinazione e di annientare l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico, fino alla schiavitù o alla morte

Donne vittime di uomini comuni, con vite regolari, anche colti e benestanti, soggetti differenti per storie sociali e personali che, nel rapporto di coppia, hanno saputo anche mostrarsi amanti affettuosi, padri esemplari, compagni di vita spesso gratificanti. Anche loro possono essere attori di un dramma che da tempo scuote le coscienze di una società che ci ostiniamo a chiamare moderna. Non passa settimana senza che le cronache non raccontino atti di violenza commessi da uomini verso le proprie mogli, amanti, compagne, perfino figlie.

Sono troppe le donne uccise in Italia dal compagno o ex compagno. Numeri che raccontano un’emergenza nazionale. Anche perché gli omicidi, spesso, sono l’ultimo atto di anni di abusi, vessazioni, maltrattamenti. Storie quotidiane, ci insegna la cronaca. Storie che possono capitare a chiunque. Episodi ripetuti di maltrattamenti alternati a “pentimenti” del partner. La tragedia è sempre in agguato. Tutto questo avviene nella “normalità” e nella convinzione che la violenza riguardi altri. Violenza fisica e anche psicologica che attraversa le classi sociali e spesso coinvolge i figli.

Perché sono così tante le donne che non denunciano? Perché quelle che lo fanno ci mettono anni?

Perché in Italia sono insufficienti i posti letto nelle case rifugio, perché i tempi per avere misure cautelari sono lentissimi, perché c’è la sensazione che le forze dell’ordine, la magistratura, gli avvocati non siano in grado di percepire il rischio connesso alla permanenza in una relazione di minaccia e di controllo costante. E questo per colpa dei pregiudizi di genere, “quell’idea stereotipata che abbiamo della famiglia, delle relazioni affettive, sessuali e genitoriali che, se sommata all’assenza di formazione professionale sulle dinamiche della violenza e sui metodi di valutazione del rischio, influenzano medici, avvocati, forze dell’ordine, magistrati, assistenti sociali.

Colpevoli di questa situazione anche molti giornalisti con i loro racconti falsati sulle cause di questa violenza, descritta come raptus anche quando è stata preceduta da numerose denunce, e i politici che evitano di prendere una posizione netta nel riconoscere i dati relativi alla discriminazione di genere subita dalle donne, anche di quella “invisibile” che avviene nel mondo del lavoro e nell’accesso ai diritti sessuali e riproduttivi”. Una volta perpetuata la violenza ha pesanti conseguenze: difficoltà relazionali, peggioramento della percezione di sé, diffidenza verso gli altri e così via. Il legislatore ha rafforzato, negli anni, la normativa di contrasto e tutela, colmando, ad esempio, le lacune sanzionatorie rispetto a nuove forme di violenza come lo “stalking”. Su questi temi, al fianco delle istituzioni e delle forze dell’ordine, lavorano i centri antiviolenza. Tale cammino necessita di essere maggiormente condiviso e partecipato attraverso incontri, analisi, scambio di buone prassi e anche seminari. La chiesa nella sua storia millenaria si è resa connivente con un sistema sociopolitico che permette e talvolta istiga alla violenza contro le donne; nelle Scritture troviamo brani contenenti episodi di violenza inaudita contro le donne. In molti paesi ci si interroga con frequenza sempre maggiore sul nesso tra cristianesimo e violenza contro le donne. Femminicidio non è dunque solo la soppressione della vita della donna nell’accezione classica, per così dire, dell’ omocidio, ma è la soppressione della donna tramite la violenza fisica, psicologica, economica, istituzionale, rivolta contro la donna “in quanto donna”, perché non rispetta il ruolo sociale impostole. Il suo omicidio personale e sociale, oltre che puramente fisico.

Il percorso di riconoscimento del femminicidio come crimine contro l’umanità, ora preso in considerazione anche a livello europeo, ha una valenza universale: consente di individuare il filo rosso che segna, a livello globale, la matrice comune di ogni forma di violenza e discriminazione contro le donne, ovvero la mancata considerazione della dignità delle stesse come persone.

Non rispettare i diritti delle donne lede l’umanità tutta: tale affermazione pone le basi per la costruzione di relazioni sociali diverse, incentrate sulla Persona in quanto tale e sul rispetto reciproco a prescindere da ogni forma di diversità, sia essa sessuale, etnica, giuridica o ideologica.

25 Novembre 2016

Silvia Morini

Uil Frosinone

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